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Descrizione:
Nel 1988 diventò esecutiva la
riforma della Tab. XVIII, cioè dell’ordinamento degli studi
della laurea in Medicina e Chirurgia. Fu l’inizio di un grosso
mutamento, per quanto riguarda le scienze psicologiche in
ambito medico, e dipoi sanitario, e rivoluzionario per quanto
concerne la formazione dei medici, e progressivamente di tutti
gli altri operatori della sanità. La riforma implicava il
riconoscimento della necessità che i medici acquisissero
specifiche competenze interpersonali, ovvero una formazione
psicologica: la sua applicazione comportava un mutamento di
notevole entità nell’ordinamento dei loro studi e della loro
formazione, che si è esteso progressivamente dai medici a
tutti gli altri operatori sanitari. Come tutti i cambiamenti,
l’applicazione effettiva e efficace della riforma ha
incontrato resistenze e difficoltà (Imbasciati, 1993), a tutt’oggi
non ancora del tutto superate, tuttavia essa ha segnato, con
tutti i successivi corrispondenti cambiamenti per gli altri
operatori, il punto di arrivo di un precedente e poliedrico
mutamento culturale, sociale e scientifico, che si è
lentamente verificato nel campo della medicina e più in
generale della sanità.
Molteplici fattori hanno concorso a generare questo mutamento.
La medicina si è sviluppata suddividendosi in tante
specializzazioni, che hanno parcellizzato la figura del medico
onnicompetente (“il dottore”), e di conseguenza anche il
paziente come persona: oggetto medico sono diventati i vari
apparati del corpo umano, ognuno secondo una certa
specializzazione, anziché l’organismo in toto e pertanto la
persona; il progresso tecnico ha corroborato l’attenzione
dell’operatore su singole parti del corpo o su uno specifico
metodo di intervenirvi. Parallelamente si è sviluppata in
senso sociale l’assistenza medica: questo però ha portato una
inevitabile burocratizzazione dell’apparato assistenziale.
L’uno e l’altro fattore hanno concorso a rendere il paziente
sempre più anonimo, un insieme di oggetti inanimati sui quali
intervenire con differenti tecniche, o una “pratica”: il
paziente come persona è diventato un “caso”, un numero.
Questi inconvenienti sono stati avvertiti, denunciati,
lamentati: ciò ha generato un movimento di opinione per un
recupero della totalità del paziente e quindi della sua
persona. La psicosomatica andava d’altra parte dimostrando
quanto quest’ultima, nelle sue relazioni con i curanti, fosse
rilevante nel determinismo biologico. Per contro le scienze
psicologiche, negli anni ’50 e successivi, sono uscite dai
laboratori, in un loro differenziato sviluppo applicativo, nel
campo del lavoro, della scuola, e dell’intervento diretto
sulle persone, onde migliorarne l’equilibrio e l’adattamento.
È nata la Psicologia Clinica, come disciplina specifica per un
intervento di recupero delle “persone”: sia dei pazienti, sia
degli operatori, in quanto essi stessi persone umane che
intervengono per l’aiuto ad altre persone.
Tutti questi poliedrici fattori hanno maturato la riforma
degli ordinamenti medici, e poi sanitari, nel senso di
introdurre la necessità di una formazione degli operatori per
il recupero del paziente come persona. Si è parlato di
umanizzazione della medicina: evidentemente si avvertiva che
stava diventando disumana. Il termine umanizzazione si è
prestato (e si presta) a qualche equivoco, nel senso di
intenderla in senso poco scientifico, come in questo testo
viene in dettaglio discusso, tuttavia l’introduzione di
precise scienze psicologiche nei percorsi formativi ufficiali
della sanità ha la possibilità di correggere tali
misconoscimenti. Sul senso preciso di tali “scienze” si
riscontra, anche qui, qualche equivoco, per lo più
traducentesi in dubbi popolari, sulla loro scientificità,
talora usati politicamente per mantenere lo statu quo. Un
problema, qui a mio avviso non abbastanza rilevato, consiste
nel fatto che gli aspetti più appariscentemente scientifici
delle discipline psicologiche si presentano più
ricorrentemente in laboratorio, anziché sul campo, cioè sulle
persone: questa apparenza è in relazione con uno stereotipo
popolare di scienza che, come tale, viene più facilmente
riconosciuta nella psicologia sperimentale che in quella
clinica. La definizione della Psicologia Clinica, e il suo
statuto scientifico, sono stati laboriosi (cfr. capp. 1, 2,
4). Ma l’aspetto che in questa sede mi preme rilevare è che la
Psicologia Clinica tout court, attende ancora di essere
differenziata per le sue differenti applicazioni sanitarie. E
così pure le altre scienze psicologiche, così come definite
storicamente, non possono essere trasposte pari pari in campo
sanitario. Occorre un loro sviluppo differenziato. Occorre
pertanto una ricerca sul campo, di contenuti e di metodologia,
e una ricerca della didattica relativa.
Tale differenziazione si rende ancor più necessaria in quanto
lo sviluppo scientifico, organizzativo e sociale
dell’assistenza medico-sanitaria ha reso indispensabile la
creazione di figure professionali con competenze differenziate
rispetto a quelle del medico, e relativamente indipendenti.
Questi operatori non possono più essere concepiti come
generici aiutanti del “dottore”, “paramedici”, come ancor oggi
si usa dire con termine divenuto del tutto improprio, bensì
come professionisti, nel cui curriculum formativo devono
essere incluse competenze psicologiche, che però devono essere
specifiche per ogni diverso tipo di operatore. Sociologia,
economia, management, organizzazione si mescolano inoltre agli
apporti psicologici, qualora si tratti dell’assistenza
sanitaria, in un non semplice intreccio, qualora si voglia
salvaguardare “la persona”.
Prima dei suaccennati mutamenti la medicina, concentrata sulla
figura del medico, era rimasta per parecchie decadi del tutto
staccata da una contemporanea evoluzione delle scienze
psicologiche, che avveniva invece in altri ambiti, cioè negli
Istituti di Psicologia delle Facoltà umanistiche (Imbasciati
1991a, b, 1993). Questa divaricazione, dalle molteplici radici
storiche soprattutto italiane, aveva fatto sì che in ambito
sanitario (meglio, per allora, è dire “medico”) rimanesse,
ferma, una cultura psicologica quanto mai obsolescente. Ciò è
stato consacrato dal fatto che fino al 1988 l’insegnamento
psicologico nella formazione del medico era rimasto simbolico,
anzi fittizio e progressivamente mistificatorio: fino a tal
data vi fu infatti il cosiddetto “esame complementare”, di
un’unica e generica “Psicologia”, che serviva, visto
l’orientamento di allora, a prendere un bel voto senza aver
studiato pressoché niente. Quanto in tal sede veniva
formalmente indicato (direi solo consigliato) per studiare,
era, impartito da docenti che psicologi non erano, limitato a
poche nozioni, che potevano risalire agli Anni Venti o poco
più dello sviluppo delle scienze psicologiche; condite semmai
da studi posteriori di fisiologia neurosensoriale. Di
conseguenza, generazioni di medici si sono affacciati alla
ribalta, anche dirigenziale, della Sanità, non solo senza
conoscere quanto in quelle decadi le scienze psicologiche
avevano sviluppato (oltretutto differenziandosi dalla matrice
originaria comune), ma con l’illusione, visto che avevano
fatto un “certo esame”, di conoscere la “Psicologia”. In
realtà quel che avevano, per così dire, conosciuto, era una
visione superficiale, riduttivistica, obsoleta e talora
impropria di questo ambito scientifico: di conseguenza la
cultura psicologica in ambito medico diventò progressivamente
mistificatoria (Imbasciati, 1984, 1990, 1991a, b, 1993, 1995a,
b).
E a lungo nocque, alla Medicina stessa, immobilizzandola in
una pseudocultura obsoleta, che la privava di competenze
indispensabili e rese più cogenti dai mutamenti
socioassistenziali. Finalmente avvenne la prima virata: la
summenzionata riforma degli studi medici (1988) e le
successive svolte fino ai giorni nostri. La prima, abolendo
tutti gli esami complementari, istituiva nel percorso
formativo del medico tre insegnamenti diversi e successivi,
obbligatori: una “Psicologia Generale”, una “Psicologia
Medica” e una “Psicologia Clinica”. Successivi aggiustamenti
di questa riforma hanno permesso alle singole Facoltà di
regolare al meglio differenti gradi di formazione psicologica
per il medico. Parallelamente avveniva la differenziazione e
la qualificazione di competenze di altri operatori, infermieri
in primis. Vennero i primi “Diplomi Universitari” per
qualificare questi operatori, ed infine le lauree brevi, che
oggi contemplano oltre venti lauree diverse, per le diverse
applicazioni operative all’area assistenziale. Tutte queste
figure professionali hanno richiesto (ed hanno avuto sancito
negli statuti) una formazione in determinate scienze
psicologiche.
Ma quali? E impartite da chi? Questi due interrogativi,
rivelatisi enormi, fanno sì che, a tutt’oggi, l’effettiva
formazione che di fatto le attuali risorse universitarie
consentono, non produca ciò che sulla carta è stato pensato e
sancito. Le scienze psicologiche idonee all’area
assistenziale-sanitaria devono ancora costituirsi con
fisionomie precise, e differenziate da quelle discipline che
nel frattempo hanno trovato la loro identità, nell’originaria
partenza dagli istituti di psicologia sperimentale di facoltà
umanistiche e poi a tutt’oggi nello specifico ambito delle
Facoltà di Psicologia. Parallelamente, ma soprattutto, devono
costituirsi docenti effettivamente competenti di tali
costituende discipline. Qui la penuria delle risorse
economiche a disposizione dell’università in questi ultimi
anni, nonché la cultura psicologica obsoleta e mistificatoria
che abbiamo menzionato, hanno sinergicamente giocato un ruolo
molto pesante, nel senso di imporre di coprire, comunque sulla
carta, la miriade di insegnamenti psicologici, che si erano
dovuti istituire: si sono reclutati comunque docenti, a basso
prezzo, precari, supplenti, talora impropri, col risultato
purtroppo di un vero sottoprodotto di docenza. Soltanto poche
facoltà sono sfuggite a questo destino, e già può essere
considerato un discreto risultato se in alcune si è riusciti a
ottenere una docenza frettolosa, anziché squalificata:
frettolosa in quanto si è riusciti a mobilitare docenti
qualificati, già in ruolo, ma sovraccaricandoli di tre,
quattro, cinque e più corsi diversi, sicché essi sono stati
“svolti”, ma per lo più “accorpati”, cioè senza tener conto
che la medesima dizione disciplinare deve sortire programmi
diversi a seconda delle differenti lauree. Conseguenza
generale inevitabile è stata una pesante difficoltà a
sviluppare una ricerca della didattica, necessaria per la
definizione di scienze psicologiche idonee ad essere applicate
all’area sociosanitaria e diverse tra di loro a seconda della
laurea specifica.
Da quali “psicologie” già costituite si è dunque attinto, o si
può attingere, per costituire le nuove scienze psicologiche
sanitarie? Di fatto si è attinto dalla “Psicologia Generale” e
dalla Psicologia Clinica: da quest’ultima radice, trasposta
nell’ambito della vecchia cultura medica, sono derivati enormi
equivoci, sul concetto di “clinico”, su cosa sia una
psicologia che si possa o debba chiamare medica, e via
dicendo. Equivoci che nel presente testo sono stati in
dettaglio illustrati.
Ma anche nell’attingere alla Psicologia Generale si sono
verificati e sono tuttora in atto equivoci e malaggiustamenti.
Si è equivocata la Psicologia Generale come “psicologia in
generale”, con il sottinteso stereotipo popolare di una
psicologia fatta di consigli, prescrizioni comportamentali e
ragionamenti del senso comune. Questo soprattutto con il
concorso della cultura medica, come suddescritta, dei vertici
organizzativi delle Facoltà mediche. Di conseguenza non si è
curata poi più di tanto la selezione di docenti competenti.
Questa, d’altra parte, subiva (e subisce) le grosse remore
economiche che sono state indicate. Ma anche laddove ci si è
potuto permettere di porre il problema in termini fattivi e
scientifici, si presenta l’interrogativo di cosa proporre, per
gli operatori sanitari, dell’ampio spettro contemplato dalla
Psicologia Generale. Forse il metodo? Esso in effetti fa parte
essenziale dell’insegnamento di base affidato a questa
denominazione disciplinare, ma quanto la parte metodologica,
con la sua complessità, può essere aggiunta al carico degli
studi che già gli operatori sanitari sostengono? Inoltre tale
base scaturisce, nella Psicologia Generale, dalla ricerca che
viene (o è stata) condotta su specifiche aree, per esempio la
percezione, l’apprendimento, il linguaggio, o da specifiche
scuole, per esempio la Gestalt, il behaviorismo, o le varie
scuole cognitivo-comportamentali. Quanto di questo può essere
offerto, anziché “propinato”, per un’utile formazione degli
operatori sociosanitari?
Insomma, a mio avviso deve essere definita una psicologia
generale, scientifica, che sia specificamente indicata per la
formazione degli operatori sanitari, o forse più psicologie
generali, per i diversi operatori. Alla dizione Psicologia
Generale si potrebbe aggiungere l’aggettivazione “sanitaria”,
ma ciò potrebbe alimentare gli stereotipi tuttora imperanti
che tale psicologia sia costituibile in modo puramente
applicativo, come insieme di prescrizioni comportamentali per
gli operatori, senza che a questi vengano fornite, sia le basi
metodologiche (la cui conoscenza è indispensabile per evitare
che le “ricette” vengano applicate secondo le distorsioni
personali di ogni singolo operatore), sia un percorso
strutturante, per una specifica e scientifica mentalità
psicologica dell’operatore. Una effettiva “formazione”, e non
semplici nozioni.
È questa una difficoltà rilevabile anche per la formazione
degli stessi psicologi. A maggior ragione per gli operatori
socio-sanitari, soprattutto delle lauree triennali. Occorre
evitare una preparazione “tecnica”, che, senza le basi
strutturali di una ben formata mentalità scientifica, viene
inevitabilmente distorta, proprio nei risultati di quella
applicatività che si intendeva privilegiare. Incorrono qui due
grossi inconvenienti. Il primo è costituito dal fatto che alle
lauree brevi accedono in larghissima misura gli studenti
provenienti da quelle scuole secondarie (per es. Istituti
Professionali) che più di altre (licei) hanno lasciato
imponenti lacune (nel buonismo attuale si chiamano “debiti
formativi”), oppure gli studenti più scadenti, che han
ritenuto di iscriversi a lauree meno impegnative. Come è
possibile dare a questi soggetti una base formativa che eviti
che l’impronta tecnica delle loro lauree si traduca in una
mistificazione del sapere psicologico?
L’altro inconveniente, non infrequentemente rilevabile, è
costituito dal fatto che alcune strutture di personalità sono
una controindicazione a fare l’operatore sociosanitario;
alcuni soggetti sono strutturalmente incapaci di svolgere
“professioni d’aiuto”. Ma di fatto persone di questo tipo si
iscrivono ai corsi di laurea che abilitano a tali professioni.
Si presentano allora due vie di rimedio, però non facilmente
realizzabili. L’una è costituita dal “bocciare”, decisamente,
questi soggetti. Ma è possibile, oggi nella nostra università
italiana, bocciare? Ed ancor più è possibile, oggi
nell’attuale struttura didattica, individuare tali soggetti?
L’altra via è quella di introdurre percorsi formativi che
incidano sulle strutture profonde di personalità. Di questo si
parla diffusamente lungo il presente testo. Ma simili
percorsi, personalizzati, sono tuttora difficili da
realizzare, sia per i costi, sia per le resistenze delle
Organizzazioni universitarie.
* * * *
Nel quadro suddescritto mi nacque l’idea, tra il ’98 e il ’99,
di cimentarmi nell’impresa, da cui scaturisce questo libro, di
costituire una psicologia sanitaria, differenziando le
discipline psicologiche ufficialmente già costituite. Impresa
rivelatasi progressivamente più ardua di quanto prevedevo. Di
conseguenza penso che il risultato sia parziale, ma spero
esemplare, nel tracciare una via che altri potranno
sviluppare, sia nel senso di una ricerca della didattica, sia,
soprattutto, nel promuovere percorsi formativi diversi da
quelli tradizionalmente applicati nelle università italiane.
Il presente testo mi è nato dal trovarmi ad essere
responsabile del reclutamento docenti, per le aree
psicologiche, degli istituendi Diplomi Universitari, poi
assorbiti dalle “Lauree Brevi”. Nei docenti che avevo
selezionato (curriculum e colloquio) avevo avvertito un
notevole entusiasmo, sia nei pochissimi già in posizioni (se
non ruoli) universitari, che si sentivano attratti da queste
nuove prospettive, sia nel più grande numero di docenti che da
posizioni libero-professionali, o dai Servizi, si sentivano
onorevolmente impegnati, sia pur in modo precario (che però si
sperava provvisorio), in una impresa universitaria. In
riunioni di gruppo per il coordinamento didattico, emerse
subito il problema di come “comporre” un programma di
insegnamento: quali contenuti, quale tipo di didattica, quali
testi da indicare. Quest’ultimo problema, che di solito in
sede universitaria è il meno difficile, si presentava,
anch’esso, tutt’altro che facile. I pochi testi italiani sul
mercato erano solo dei “bigini”, che riassumevano
succintamente pochi elementi dei più tradizionali manuali
Psicologa Generale, o di Psicologia Evolutiva e di Psicologia
Dinamica, con frammiste nozioni mediche e biologiche. Ci
voleva altro. Né i testi di altri paesi potevano addirsi alla
situazione italiana. “Facciamo dispense”, si disse: e così si
fece per un paio d’anni, raccogliendo delle sorta di antologie
di articoli vari. Disomogenei, risultarono, ed inoltre gli
stessi docenti avevano bisogno di documentarsi meglio. Nacque
così l’idea di un lavoro più impegnativo, da fare in gruppo e
a gruppi, documentandosi a fondo sulle questioni che
riguardavano le professionalità in questione, per giungere a
scrivere un libro. Ideai una prima scaletta di un testo, con
l’impegno reciproco di riunioni di supervisione e di
coordinamento. Riscossi più che numerose e entusiastiche
adesioni, e nelle prime riunioni si compose un scaletta assai
simile a quella attuale.
Ma sopravvennero difficoltà e delusioni. L’avvenire dei
Diplomi Universitari si delineava senza che vi fosse
provvedimento alcuno per l’organizzazione e le risorse, mentre
gli insegnamenti andavano moltiplicandosi per la progressione
degli anni di corso e per l’istituzione di nuovi corsi: ma
senza alcun riconoscimento, giuridico o economico, neppure
simbolico. La riforma universitaria che istituiva le “lauree
brevi” sembrò preannunciare un miglioramento. Ma fu solo sulla
carta. Nessuna risorsa venne data alle università. I docenti
che vi erano impegnati fecero i loro conti: alcuni, talora i
più validi, si ritirarono; altri si demotivarono all’impegno.
Di conseguenza il gruppo dei docenti dei Diplomi non coincise
più col gruppo di coloro che rimasero disponibili a lavorare
per il volume. Per quest’ultimo rimasi con pochi. Con coloro i
cui nomi sono restati in questo testo continuai l’opera sino
alla fine, ma a costo di un progressivo accollarmi io il
lavoro che credevo potesse essere svolto da loro. Per i
capitoli in cui continuai una collaborazione feci più fatica
che in quelli che mi presi a redigere in forma esclusiva.
Forse, in parte, avevo sopravvalutato il loro impegno,
trasportato anch’io dall’entusiasmo verso quello che si
credeva uno sviluppo nuovo, e lodevole, delle facoltà di
medicina italiane, verso una formazione psicologica degli
operatori, ovvero verso un pieno e riconosciuto ingresso delle
scienze psicologiche in un mondo che fino ad allora ne era
rimasto chiuso.
L’istituzione dei Diplomi Universitari aveva aperto la
prospettiva ad una differenziazione e qualificazione dei
diversi operatori della sanità che fino ad allora erano
rimasti in un ruolo tecnico poco qualificato, affidato a
scuole ospedaliere, o private, cui si poteva accedere col
diploma di scuola media. L’istituzione universitaria ne
innalzava la soglia di accesso e prospettava una qualifica di
rango superiore. Un parallelo mutamento culturale, sociale, e
organizzativo qualificava peraltro queste figure come aventi
una loro autonomia professionale e una loro più precisa
fisionomia, e ne differenziava più figure. Così agli
infermieri, ai fisioterapisti, alle ostetriche, ai tecnici di
laboratorio, si affiancavano gli igienisti dentali, i
logopedisti, gli ortottisti, i biotecnologi, gli assistenti
sanitari, i tecnici per la prevenzione, i tecnici di
radiologia, i riabilitatori psichiatrici, ed altri ancora, che
avrebbero collaborato nei servizi con gli assistenti sociali,
gli educatori (anch’essi inclusi nella sanità), gli psicologi,
gli psichiatri e via dicendo. In altri termini la riqualifica
di una serie di operatori, sociosanitari appunto, prospettava
la necessità di approntare non solo un manuale per gli
studenti universitari dei nuovi ordinamenti, ma anche uno
strumento autodidattico, un compendio, per l’aggiornamento
degli operatori già in servizio, per riallinearsi alla nuova
linea dei nuovi diplomi. Di qui un mutato intento: dar corpo a
un testo non semplicemente universitario, che accanto alla
sistematicità potesse funzionare anche come opera di
consultazione.
La prospettiva delle Lauree Brevi, in sostituzione e
ampliamento dei Diplomi, sembrava convalidare la necessità di
un impegno di ricerca, per la didattica e per una formazione
aggiornata degli operatori. Ma le lauree brevi vennero “a
costo zero”: spiego, per i profani, che ciò significò che
tutte le università italiane istituirono ognuna decine di
lauree diverse e supplementari a quelle tradizionali, con
conseguente necessità di strutture e di docenti, senza avere
nessuna risorsa economica. La si sperava, ma non venne: nessun
ruolo di docenza è stato possibile istituire per gli
insegnamenti (psicologici) specifici delle lauree brevi. Tutto
è stato fatto sovraccaricando di plurimi incarichi i docenti
di ruolo. La didattica universitaria italiana è piombata così,
in toto, nel caos. In tale caos la mia Facoltà si trovò
addirittura a sopprimere la mia funzione di referente per le
scienze psicologiche e di selezionatore dei docenti precari
(pagati oltretutto solo simbolicamente), perché tali funzioni
comportavano laboriosità e tempi divenuti insostituibili nel
sovraccarico sopraggiunto sulle spalle dei pochi docenti in
ruolo.
Inevitabilmente tutti coloro che a vario titolo si erano
impegnati nel nuovo sviluppo universitario, rividero ognuno le
proprie posizioni, o quanto meno il proprio impegno. Il libro
ovviamente ne risentì, anche per coloro che vollero rimanere a
lavorarvi. Il testo comunque è stato finito, con ritardi,
sostituendo io la mia opera diretta, invece della
supervisione, al lavoro altrui: non senza incomprensioni da
parte di chi credeva di aver iniziato un lavoro che presumeva
poter finire da solo; e non senza discapito di quanto da me
prodotto, e di maggiore laboriosità ove fu giocoforza
proseguire in collaborazione.
* * * *
Il testo era stato concepito con due parti: nella prima si era
inteso fornire una base, metodologica, di prospettiva generale
e terminologica, che potesse servire a tutti gli operatori,
nonché offrire un supporto alle lacune dei loro percorsi, come
sopra delineato. Questa parte si è articolata nei primi sei
capitoli. Una seconda parte avrebbe dovuto essere applicativa,
specifica per le varie subaree sanitarie, e articolata in modo
che ciascun differente operatore potesse attingervi
differenziatamente. Le sottoaree avrebbero dovuto essere più
numerose e più differenziate di quelle che si è riuscito a
realizzare: ne sarebbe risultato un vero “trattato”, forse in
più volumi. Ma sarebbe questo stato utile nell’attuale
mentalità del panorama italiano? Ad una obbligata riduzione si
è pensato potesse supplire una parte intermedia, ideata lungo
l’iter di stesura, dedicata sostanzialmente all’osservazione,
alle modalità con cui ogni singolo e differente operatore può
“guardare” il suo specifico campo: e questo lo può fare avendo
acquisito un assetto di base per questa osservazione, e cioè
sapere “come funziona la mente”. Se una base generale è la
conoscenza di “come si studia la mente” (come le diverse
scienze psicologiche affrontano l’indagine scientifica),
ovvero la conoscenza dell’articolazione metodologica e dei
concetti e termini scientifici che vengono usati (onde evitare
gli equivoci del linguaggio comune: vedi il nostro glossario),
per una base clinico metodologica di chi a vario titolo
osserverà il suo paziente, si è ritenuto indispensabile che
l’osservazione fosse fondata su di un minimo di conoscenza di
come oggi sappiamo che funziona la mente umana; con
riferimento in primis a come funziona la mente dell’operatore,
che osserva e, in conseguenza di ciò che ha creduto di
osservare, interviene.
Di qui i capp. 7, 8, e 9, forse i più difficili di tutto il
testo, ma a nostro avviso indispensabili affinché
l’osservazione non si risolva in velleità ossessive; nonché a
prevenzione che la terza parte, la specifica “psicologia
sanitaria” (dal cap. 11 al 22), non si risolva in nozioni che
possono correre il rischio di essere assorbite dallo spirito
prescrittivo della cultura medicalista. Confidiamo di aver
evitato questo rischio, corredando gli ultimi capitoli di
spunti di riflessione, in richiamo alle prime due parti,
nonché soprattutto con la nostra insistenza sui percorsi
formativi non tradizionali, anche personali.
Ho infine pensato di fornire ogni capitolo di una previa
scaletta, che dettagliatamente indicasse gli argomenti svolti
sotto i titoli dei diversi paragrafi: ciò nell’intento di
rendere il testo agile al ripasso di quanto letto, nonché alla
consultazione, soprattutto per gli operatori già in servizio.
In quest’ultimo intento è stato studiato e congegnato un
indice analitico ragionato: non si tratta del solito elenco di
parole (fatto soltanto col computer), ma di un elenco di
collegamenti di concetti, come nella apposita legenda
indicato.
Il testo non è ovviamente immune da difetti, e soprattutto
potrà essere rilevata la mancanza di alcuni argomenti,
importanti per la psicologia sanitaria; per esempio la
prevenzione, gli anziani, o altro; non è stato possibile fare
tutto, sia per le difficoltà descritte, sia anche per ragioni
editoriali. Confido che altri sapranno sviluppare la strada
che questo libro apre: è la prima trattazione, in Italia, che
con un certo respiro affronti le problematiche aperte
dall’evoluzione e dalla qualificazione psicosociale dei
servizi assistenziali. Ai lettori e agli operatori pertanto il
giudizio; e ad altri studiosi un auspicio. Nonché, ai politici
e ai vertici delle Organizzazioni Sanitarie, un appello per
rendere attuato ciò che sulla carta è stato statuito.
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